Dal Codice Cadbury al Codice di Autodisciplina

Il Rapporto Cadbury, pubblicato nel 1992 nel Regno Unito, è da considerarsi la Magna Cartha della Corporate Governance e dell’autoregolamentazione societaria: da allora i codici si sono riprodotti in gran numero. In Europa, ad esempio, sono state emanate decine di codici che presentano forti similitudini tra loro perché informati a principi guida sostanzialmente comuni, a differenza quindi delle normative primarie nazionali, ancora caratterizzate da forti connotazioni locali.

Proprio tra i diversi codici “gemmati” dal Rapporto Cadbury va annoverato quello nazionale, la cui prima versione (impropriamente per semplicità definita “Codice Preda”) è entrata in vigore dal 2000 e da allora è stato oggetto di numerose rivisitazioni. In questo senso il debutto del Codice è soprattutto ricordato per l’introduzione nel nostro sistema della figura dell’amministratore indipendente, sino ad allora prevista solo per le grandi società privatizzate negli anni ’90. All’origine del codice italiano, in analogia con le esperienze internazionali, vi è l’ambizione di fornire risposte lasciate aperte a problemi di governo economico e/o disegnare profili di eccellenza in tema di governance (le cosiddette best practices). Certo il problema di fondo è l’adesione, che, alla prova dei fatti, deve dimostrarsi sostanziale e non meramente formale. Del resto nei codici di molti emittenti, specie nei primi anni di loro adozione, si era soliti usare un linguaggio generico ed elusivo, tanto che per talune società si presentava la possibilità di sottoscriverlo a parole e disattenderlo in buona sostanza nello spirito, così da far scrivere a Guido Rossi che “i codici suonano talvolta come un incoraggiamento a coltivare vizi privati e pubbliche virtù”.

BACK