Il monitoring board e gli amministratori indipendenti

1. Premessa. — La crisi che sta attanagliando l’economia a livello mondiale ha avviato un nutrito dibattito, mirato sin da subito ad individuare e porre in essere tempestivi rimedi per contrastarla nei suoi più gravi fenomeni patologici: l’esasperato livello della leva finanziaria; il fallimento di istituzioni creditizie; il ritiro dal mercato di strumenti finanziari devastanti (i cd. titoli tossici); la latitanza di organismi di sorveglianza internazionali e l’assenza o il lassismo di regole, specie con riguardo al mercato del credito; i modelli di intermediazione finanziaria con basso o nullo controllo del rischio (tipico è il caso di talune investment bank) e così via discorrendo. Via via che la crisi sta superando la fase di pressante emergenzialità, il dibattito si estende inevitabilmente al più ampio quadro di carattere generale, rappresentato dagli attuali sistemi di corporate governance, con particolare riguardo ai temi cruciali del presidio dei rischi aziendali e del conflitto di interessi. È del resto innegabile che quest’ultima crisi finanziaria ha messo in luce profonde carenze nei sistemi di corporate governance, nei cui confronti si è riacceso un diffuso scetticismo, come del resto già avvenuto, allora per cause ben diverse, a seguito della nota ondata di scandali finanziari susseguitisi all’inizio del nuovo secolo. Va da sé che alle medesime valutazioni sono sottoposti anche gli amministratori indipendenti, i cui destini sono indissolubilmente legati alle altalenanti fortune dei sistemi di corporate governance. Ciò premesso, è opinione di chi scrive che per discutere correttamente degli amministratori indipendenti, dei loro compiti e delle ragionevoli aspettative che si possono nutrire nel loro ruolo è opportuno fare chiarezza, in via preliminare, sulle caratteristiche essenziali dell’organo amministrativo di cui essi sono parte. In altre parole, i termini del problema mutano sensibilmente se, ad esempio, si assume di inserire la figura dell’amministratore indipendente in un organismo compatto che collegialmente domina e presiede l’intera vita aziendale sul fondamento di conoscenze approfondite su tutti gli aspetti gestionali, quale potrebbe essere una visione dell’organo amministrativo disegnata e mantenuta dal legislatore italiano sino alla riforma del diritto societario del 2003, oppure, se inserirli in un organismo privo di reali poteri deputato ad un controllo solo formale e con compiti limitati alla ratifica di decisioni già assunte in ambito esterno, come pare leggersi in una diffusa visione fondata sull’osservazione di troppi organi amministrativi asserviti alla volontà dell’azionista di controllo in società eterodirette o di capi-azienda dittatoriali nelle public company, oppure, non da ultimo, se sono componenti di un piccolo organismo parlamentare in cui sono rappresentati i diversi stakeholder e le decisioni sono assunte a maggioranza coagulando quanti più soggetti portatori di interessi specifici che gravitano attorno all’azienda, frutto cioè di una visione di cogestione allargata dell’impresa che coinvolge anche dipendenti, banche, soci di minoranza ecc. (in questo senso, si pensi alla figura dell’amministratore delle minoranze introdotta nel nostro ordinamento dalla legge sul risparmio).

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